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di GIANFRANCO RAVASI

L’ esperienza del Cortile dei gentili ha un simbolo che lei ha evocato, ed è paradossalmente quello del muro, non soltanto quello del cortile. Il cortile di sua natura suppone il passare delle parole e dei venti, quindi la possi-bilità di un confronto, la possibilità di uno sguardo.
Infatti, come ricordava il dottor de Bortoli, nel Tempio di Gerusalemme gli ebrei guardavano negli occhi quel volto che poi era diverso ma sostanzial-mente ancora lo stesso, cioè il volto umano. Ma c’era, e questo era l’elemen-to decisivo, un muro. Un muro che è stato persino ritrovato dal punto di vista archeologico, quando nell’Ottocento un archeo-logo francese, Dupont-Sommer, ha identificato il muro e le tar-ghe, terribili. Una l’ho ancora da-vanti agli occhi avendola vista più di una volta al museo archeologi-co di Istanbul. Essa in greco — l’inglese di allora — comminava la pena di morte a tutti coloro che avessero osato, pagani, varcare il muro, entrare nello spazio sacro. La divisione perciò tra il palaz-zo eiltempio eratotaleeassolu-ta. Sì, ci si guardava, ci si ascolta-va nei suoni, ma alla fine le mani non potevano assolutamente in-crociarsi. Cosa che invece avviene ora. E devo dire che questo — lo dobbiamo affermare in maniera netta — è frutto del cristianesimo. Paolo, all’interno del capitolo se-condo della lettera che egli indi-rizza ai cristiani di Efeso, dice che Cristo è venuto ad abolire il muro di separazione che c’era tra i due popoli, l’ha abbattuto facendo dei due un solo popolo. E io credo che sia il compito principale che dobbiamo fare proprio riguardo quelle figure che lei signor presi-dente ha appena evocato. Figure che ininterrottamente ci ricordano come esista una base comune che è infinitamente superiore alle di-stinzioni pur necessarie. L’identità deve essere affermata, l’identità delle culture, delle prospettive, ma questa identità suppone anche che noi abbiamo una base che si chiama umanità. Questa compo-nente è quella che permette di far sì che tutte quelle voci che abbia-mo sentito possano alla fine inter-loquire nell’interno di un dialogo che è armonia. Ecco appunto la parola che fa cadere il muro: dialogo. Parola che come ben sappiamo in greco e nella nostra lingua italiana ha due accezioni: da un lato il dialo-go è l’incrocio tra due lògoi diver-si, ma vuol dire anche scendere in profondità (dià-) nel lògos, nel di-scorso. C’è una battuta della tra-dizione giudaica, purtroppo tante volte declinata nell’esperienza che noi abbiamo della comunicazione, che dice: lo stolto dice quel che sa, il sapiente sa quel che dice. Ed è per questo motivo che quan-do il discorso è fatto con sapienza e non con l’eruzione esterna, quando il discorso è fatto di sa-pore, appunto, di sapientia (sàpe-re ), allora diventa diverso anche lo stare insieme. Ed è questo il compito che tut-to il suo discorso di questa sera ha portato avanti. L’applauso che lei ha ricevuto aveva proprio il valore di dire che finalmente si ascolta un discorso che ha in sé una carica profonda, un messag-gio, un lògos. La seconda e più breve evoca-zione che vorrei fare è collegata invece all’introduzione molto raf-finata del dottor De Bortoli. Vor-rei richiamare quelle immagini degli “svegliatori”, figura tipica del mondo biblico, della preghie-ra, anche dei salmi: svegliatore è «chi sta nella notte, per vegliare e svegliare». Questo termine si tro-va anche nelle parole di Gesù e di Paolo: Cristo stesso invita a ve-gliare e a essere svegli. Lo dice, ad esempio, nel capitolo tredicesi-mo di Marco: «Perché non sapete quando sarà il momento». C’è quindi questa sorta di ten-sione interiore. Una tensione che ai nostri giorni, purtroppo, si è di molto allentata: si è persa, per esempio, la categoria di futuro, è quasi scomparsa, si guarda solo all’orizzonte immediato. Ma quella tensione in fondo è il principio della speranza. Gesù conclude la sua lezione con que-sta frase: «Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate, letteral-mente state svegli». Io penso che questa parola debba risuonare qui. Anche Paolo la usa nell’inter-no della lettera ai Romani, al ca-pitolo tredicesimo, parlando di un’alba che sta per sorgere e per cui non si può dormire. Tutto questo rientra in quanto ha detto il presidente, attraverso quelle evocazioni che egli ha fatto della moralità, del bene comune, dei fondamenti. È necessario an-che per noi ritrovare le grandi do-mande, avere una tensione inte-riore. Io cito spesso una battuta di un personaggio inglese, nato a Dublino, ma inglese, che aveva una figura forse anche discutibile, ma anche una capacità di essere incisivo, soprattutto con i suoi motti: è Oscar Wilde. Diceva: «Le risposte sono capaci di dar-vele tutti. È a fare le vere doman-de che ci vuole un genio». Ecco, la domanda sul senso della vita, la domanda sulla vita e sulla mor-te, la domanda sulla verità, la do-manda sull’amore, la domanda sul male, la domanda sul dolore. Queste sono le domande che de-vono emergere e che svegliano inesorabilmente la coscienza. I grandi scrittori, le voci dei grandi, sono quasi sempre desti-nate a inquietare. Ed è la cosa che invece non avviene più ai no-stri giorni. Io direi che i nostri giorni non sono più immorali del passato. Quando sono nato io — il presidente aveva già iniziato, giovane, la sua attività — eravamo sotto un cielo plumbeo, con l’Eu-ropa tutta striata di sangue, con due pazzi, in un certo senso che dominavano il mondo, dall’una e dall’altra parte. Avevamo questa guerra così dilagante, vero e pro-prio fiume di miseria e di dolore. Quindi l’immoralità era potente. Noi ai nostri giorni a quel livel-lo non siamo, però abbiamo una malattia peggiore che è quella della amoralità, della totale indif-ferenza, superficialità e banalità, per cui il colore è il grigio, che domina. Non esiste più bianco e nero, bene e male, giusto e ingiu-sto, vero e falso ed è per questo che allora con l’amoralità, si ha persino l’orgoglio, l’arroganza nel mostrarsi immorali. Vorrei concludere questo di-scorso — che nasce tutto ed esclu-sivamente proprio dal dialogo, dall’ascolto dell’altra voce, ben più autorevole e così importante — con una rappresentazione del nostro tempo che noi vogliamo superare per arrivare a un oriz-zonte diverso. Lo faccio ancora grazie alla testimonianza di una grande figura, in questo caso uno scrittore cattolico francese, Geor-ges Bernanos, il quale in uno dei suoi primi romanzi, L’I m p o s t u re del 1926, rappresenta la storia di un prete che perde totalmente la fede, che diventa totalmente ateo. Non vive cioè solo l’esp erienza del silenzio di Dio, dell’assenza di Dio. Totalmente ateo. Ebbene Bernanos dà un’indicazione che è straordinaria: in quest’uomo or-mai non c’era più l’assenza. L’as-senza può essere nostalgia. Può essere il desiderio che si ritorni. C’era soltanto il vuoto, cioè il nulla. Ecco questo vuoto noi vogliamo colmarlo.

© Osservatore Romano - 7 ottobre 2012