Si è aperto il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, che terminerà i lavori il 24 settembre. Pubblichiamo ampi stralci della prolusione pronunciata dal cardinale presidente, arcivescovo di Genova.
di Angelo Bagnasco
Venerati e amati Confratelli,
per crucem ad lucem: questa incontrovertibile e consolante regola della vita cristiana ha segnato con inopinata evidenza pubblica gli esordi del nuovo anno pastorale: è ancora vivo in noi infatti un passaggio amaro che, in quanto ingiustamente diretto a una persona impegnata a dar voce pubblica alla nostra comunità, ha finito per colpire un po' tutti noi: la gravità dell'attacco non può non essere ancora una volta stigmatizzata, come segno di un allarmante degrado di quel buon vivere civile che tanto desideriamo e a cui tutti dobbiamo tendere. La telefonata che il Santo Padre ha avuto la bontà di farmi, per raccogliere notizie e valutazioni sulla situazione contingente, e le parole di grande benevolenza che egli ha riservato al nostro impegno, ci hanno non poco confortato. Seguendo la sapienza della Croce, liberi da interpretazioni estranee alla logica della Chiesa e nel rispetto delle persone, tutto acquista una prospettiva diversa, e le tribolazioni - che pur non cerchiamo - diventano il germe misterioso di salvezza e di bene già in questa vita e poi per l'eternità. Questa consapevolezza, che è fonte di consolazione, non va però equivocata: la Chiesa è in questo Paese una presenza costantemente leale e costruttiva che non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere: "Quando i cristiani sono veramente "lievito", "luce" e "sale" della terra, diventano anche loro (...) "segno di contraddizione"" (Benedetto XVI, Omelia nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina, 7 luglio 2008). La coerenza tra la fede e la vita è tensione che attraversa e invera il cristianesimo, ed è in un certo qual senso la misura della sua sincerità: su questo davvero non possiamo accettare confusione, tanto meno se condotta con intenti strumentali o per perseguire obiettivi che nulla hanno a che fare con un rinnovamento complessivo della società in cui viviamo. Non ci manca peraltro la fiducia che, "facendo la nostra piccola parte, nella fedeltà alla vocazione che ciascuno ha ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le vie del Signore e a salutare l'alba del suo Regno" (Benedetto XVI, Discorso sul monte Nebo, 9 maggio 2009). In questo orizzonte di fede, la Chiesa respira sempre - in qualunque circostanza - l'aria luminosa, serena e corroborante della Pasqua.
Vogliamo da subito esprimere il nostro profondissimo cordoglio per i sei soldati italiani caduti in Afghanistan, vittime di un attentatore suicida. Altri quattro soldati sono risultati gravemente feriti. Oltre a questi, com'è noto, sono morti una decina di civili afgani e una cinquantina sono rimasti a loro volta feriti. Non è esagerato parlare di strage, tanto più assurda se si pensa ai compiti assolti dalla forza internazionale che opera in quel Paese e allo stile da tutti apprezzato con cui si muove in particolare il contingente italiano. Non è un caso che questo lutto, com'era successo per la strage di Nassiriya, abbia toccato il cuore dei nostri connazionali, commossi dalla testimonianza di altruismo e di dedizione di questi giovani quasi tutti figli delle generose terre del nostro Sud. E per questo il nostro popolo si è stretto alle famiglie dei colpiti con una partecipazione corale al loro immane dolore. Anche noi ci uniamo ai sentimenti prontamente espressi dal Santo Padre, e preghiamo il Signore perché conceda il premio eterno a questi fratelli defunti, la pronta guarigione ai colpiti, forza e consolazione ai parenti. Partecipazione vogliamo esprimere al grave lutto che ha colpito la diocesi di Padova con l'assassinio - nella notte tra venerdì e sabato scorso - di don Ruggero Ruvoletto, missionario fidei donum impegnato nella periferia di Manaus, capoluogo dello Stato brasiliano dell'Amazzonia. Un delitto che da una parte segnala il clima di crescente violenza cui è esposta quella importante regione del Brasile, e dall'altra ci conferma sulle condizioni di pericolo alle quali è comunque esposto il lavoro missionario. Preghiamo per l'anima eletta di questo nostro confratello e per il conforto dei suoi familiari e amici.
Un grandissimo dono alla Chiesa è venuto dal Santo Padre Benedetto XVI con la pubblicazione, agli esordi dell'estate, della sua terza enciclica Caritas in veritate. (...) È l'intero arco dell'esperienza in re sociali che passa, senza reticenze, sotto la lente della Caritas in veritate. Non c'è aspetto incluso nella dinamica sociale, infatti, che non venga considerato e, se occorre, ricollocato secondo una visione innovativa e dinamica insieme: "In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l'impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle nazioni". A partire da questo criterio fondamentale, l'enciclica si rivela un testo provvidenziale, che offre una cornice solida entro cui cercare risposte all'altezza dei grandi cambiamenti in atto, in particolare dei cambiamenti esatti da quella crisi economico-finanziaria che nell'ultimo periodo ha investito il mondo intero. Nel momento stesso infatti in cui sembra farsi strada l'idea che questa crisi non sia poi troppo diversa da quelle che l'hanno preceduta, e per qualcuno si potrà quindi tornare senza più pericoli all'esuberanza del passato, l'enciclica assesta un opportuno scossone, affinché non si diffondano comode o improponibili illusioni. Se, come effettivamente succede, cresce la ricchezza del mondo ma aumentano le disparità, nessuno può ritenersi tranquillo. Se continua lo scandalo di un supersviluppo dissipatore a fronte di povertà sempre più desolanti, se le distorsioni gravi e gli effetti deleteri di un'attività finanziaria mal utilizzata quando non speculativa continuano a ricadere sulle fasce più indifese della popolazione mondiale, se la corruzione e l'illegalità non vengono arginate e superate, se i vari protezionismi economici e culturali non sono riconsiderati per la quota di egoismo che racchiudono, se le politiche degli aiuti internazionali non seguono una logica meno auto-referenziale e dunque più efficiente, se i piani di cooperazione intergovernativi non approdano a concrete e verificate realizzazioni, se gli organismi internazionali non recuperano uno scatto di iniziativa, se i poteri pubblici non sapranno rinnovare la loro capacità di presa sui problemi, e se proporzionatamente non crescerà una più sentita partecipazione dei cittadini alla res publica, se tutto questo e altro ancora non comincia ad accadere allora davvero questa crisi si sarà dispiegata invano, limitandosi a impoverire il mondo. (...) A questo riguardo, com'è noto, nello scorso mese di luglio si è svolto all'Aquila un'importante riunione dei Paesi del g8 che si è via via allargato coinvolgendo altre nazioni, fino a configurare ipotesi concrete di nuovo governo dell'economia del mondo. Si è trattato di un appuntamento importante, dal quale sono scaturite decisioni che in una certa misura già si collocano su logiche innovative, quali sono suggerite dalla recente enciclica papale. In particolare, citiamo il Fondo annunciato per fronteggiare la grave emergenza alimentare, e che attende di essere ora concretamente partecipato e quindi efficacemente distribuito. Come vescovi italiani, nel momento stesso in cui ringraziamo con tutto l'affetto il Papa per il dono di questa enciclica, destinata alla Chiesa ma come non mai messa a disposizione all'intelligenza del mondo, non possiamo non incoraggiare queste nuove dinamiche, auspicando che il nostro Paese sia un protagonista avveduto e coraggioso dei nuovi scenari.
A proposito di inventiva e fervore caratterizzanti questo pontificato, un'altra iniziativa indetta dal Santo Padre sta riscontrando un largo e spontaneo consenso, come si fosse individuata un'esigenza profonda ma ancora inespressa. Mi riferisco all'Anno sacerdotale, aperto il 19 giugno scorso, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Con ogni evidenza si tratta di un progetto che anzitutto coinvolge la Chiesa ad intra, e tuttavia sarebbe un errore pensare che anche ogni uomo e ogni donna del nostro tempo, per quanto distratti o estranei alla presenza del sacerdote, non ne siano in qualche modo invece i destinatari. Non è forse nella memoria delle nostre Chiese la testimonianza di preti che, inviati in situazioni pastorali difficili, in contesti aridi, con una partecipazione esternamente minoritaria, riescono a stabilire con gli abitanti di quelle comunità un piano di comunicazione asimmetrica finché si vuole ma viva, affidabile, perseverante, discreta eppure intraprendente, tale da invertire un declino che sembrava segnato? E non abbiamo forse tutti già chiaro, e così non è già per il nostro popolo, che queste figure di sacerdoti riescono a incidere non tanto per la visione sociologica o l'indotto di costume, quanto per l'intimità della loro vita con il Signore? Noi fermamente crediamo che i giovani di oggi, quale che sia il loro stile di vita e l'ordine delle loro scelte; i ragazzi, per quanto avvolti nelle spire pervasive della cultura mediatica; le famiglie di oggi anche variamente assortite e per quanto remote all'invito della Chiesa; gli anziani soli, i poveri abbandonati a se stessi, gli ammalati, gli arrabbiati con la vita, insomma i soggetti più diversi che vivono tra noi, tutti siano magari inconsapevolmente interessati agli esiti interiori di questo appuntamento.
Un argomento di indubbia importanza ha solcato il dibattito estivo sviluppatosi tra un giornale e l'altro del nostro Paese, quello del nichilismo. Esso ha preso le mosse dalle parole pronunciate da Benedetto XVI prima della preghiera dell'Angelus di domenica 9 agosto. Parlava di Edith Stein e di Massimiliano Kolbe, martiri uccisi ad Auschwitz, nei lager che, "come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell'inferno che si apre in terra quando l'uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte". E continuava: "Purtroppo però questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti. I santi [...] ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra umanesimo ateo e umanesimo cristiano; un'antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale" (Saluto all'Angelus, 9 agosto 2009). Ebbene, con qualche rammarico abbiamo notato come su queste parole sia sorto subito un evidente fraintendimento, quasi che per il Papa l'umanesimo non cristiano sia automaticamente nichilista e che il nichilismo porti invariabilmente ai lager. Il suo discorso era naturalmente assai meno semplicistico, come si può facilmente evincere da una lettura serena dell'intero suo testo. Il cristianesimo non esclude ciò che è il portato di vita di ciascuno, ossia che ci possano essere persone non credenti capaci di una loro moralità forte, estranee alla tentazione nichilista. Ma bisogna fare attenzione per non edulcorare mai questo ospite inquietante del nostro tempo.
Ma qui cominciamo ad avventurarci in quel grande tema dell'emergenza educativa che sarà il centro del nostro prossimo piano pastorale. A questo stesso argomento è dedicato il rapporto-proposta che, curato dal Comitato per il Progetto culturale, ha visto la luce appena una settimana fa. Esso si annuncia come uno strumento stimolante di riflessione e di confronto che varrà la pena rilanciare nelle singole realtà ecclesiali, anche come degno pretesto per un dialogo con altre agenzie che sul territorio avvertono al pari di noi i morsi, appunto, dell'emergenza educativa.
Sempre questa estate, il Tar del Lazio accoglieva il ricorso presentato da un variegato cartello di associazioni laiciste ed esponenti di altre confessioni religiose non cattoliche, con il quale si chiedeva che l'insegnamento di religione non produca crediti aggiuntivi nella valutazione scolastica di quel 91 per cento degli studenti che liberamente scelgono di avvalersi di tale insegnamento. Le motivazioni di questa iniziativa appaiono speciose, perché in nome di una supposta non discriminazione, di fatto si finisce - e come - per discriminare la stragrande maggioranza degli studenti. Opportunamente, il ministero della Pubblica Istruzione ha già avanzato ricorso al Consiglio di Stato, ribadendo con altro suo atto la validità della presenza dell'insegnamento di religione nel curriculum scolastico. Occorre dire che la sentenza ha suscitato immediatamente una vivace reazione che ha visto tra i protagonisti la nostra Commissione episcopale per l'Educazione cattolica, la scuola e l'università e gli stessi insegnanti di religione. Soprattutto da loro è venuta un'importante segnalazione: questa reiterata offensiva, su un punto apparentemente limitato della normativa in atto già passata al vaglio di altre sentenze, può fuorviare dal nocciolo della vera questione, depotenziando l'aspetto motivazionale legato all'interesse per la conoscenza del fenomeno religioso. Occorre osservare che la posizione italiana sull'argomento è in sintonia con i più avanzati sistemi scolastici nazionali. Fa testo la Lettera diffusa nel maggio scorso dalla Congregazione vaticana per l'Educazione cattolica, e della quale l'opinione pubblica ha avuto notizia nelle settimane scorse. Vi si legge, tra l'altro: "La specificità di quest'insegnamento non fa venir meno la sua natura propria di disciplina scolastica, con la stessa esigenza di sistematicità e rigore delle altre discipline". Non richiede cioè l'adesione di fede, ma assicura una riflessione argomentata sulle grandi domande di senso e sulla religione cattolica che offre i codici indispensabili per decodificare i segni della storia, dell'identità, dell'arte e della musica dell'Occidente, ma non solo (cfr Benedetto XVI, Discorso agli Insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2009). Per cui parlare in modo sbrigativo di catechismo di Stato finisce per far incespicare quell'indispensabile e prezioso dialogo interculturale, per altri versi e in altri contesti auspicato.
Ma è sullo stesso strumento concordatario che di tanto in tanto si riversano riserve e velleitarismi anche da settori insospettabili dell'opinione pubblica. Trascorsi ormai venticinque anni dalla felice riforma che ha riguardato il Concordato in vigore nel nostro Paese, risulta ulteriormente confermata l'importanza e l'attualità di quel grande accordo di libertà che accomuna Stato e Chiesa non solo nel riconoscimento della reciproca autonomia, ma anche nell'impegno condiviso di collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese. Ci rafforziamo dunque in questa convinzione: se restiamo costantemente aperti al confronto con tutte le posizioni culturali, la nostra Chiesa potrà uscirne migliorata, senza tuttavia trovarsi per ciò stesso condizionata negli orientamenti e nelle scelte da operare. La nostra comunità ecclesiale ha davanti a sé infatti una stagione fervida di incontri e impegni annunciati nel segno della sinergia intellettuale rispetto a sensibilità diverse dalla propria, e ciò non per un eclettismo fine a se stesso, ma perché approfondendo continuamente la nostra identità, e mai rinunciando a essa, non possiamo non avvertire il vincolo che ci lega all'autentica ricerca condotta da tante persone nei vari campi dell'attività umana. In altri termini, la Chiesa pellegrina in Italia non indietreggia, e mai rinuncerà - secondo la sua tradizione - a un atteggiamento di apertura virtuosa collaudato negli anni, e spera che altri si affaccino o continuino ad affacciarsi nell'agorà pubblica con onestà e passione, amore disinteressato per le sorti comuni, autentica curiosità intellettuale, in vista - se ci saranno - di alcune convergenti sintonie.
Una parola vorremmo dire sul nostro Paese, su questa Italia che con grande dignità ha saputo fino a oggi affrontare una crisi economica che l'ha complessivamente impoverita, chiedendo sacrifici pesanti a tutti, e soprattutto ai meno abbienti. Questa Italia ci appare ciclicamente attraversata da un malessere tanto tenace quanto misterioso, che non la fa essere talora una nazione serena e del tutto pacificata al proprio interno, perché attraversata da contrapposizioni radicali e da risentimenti. Questa stessa Italia, nostra patria, chiede a tutti e a ciascuno un supplemento di amore, un amore fiducioso anche nel coinvolgimento degli altri, un amore capace - nel discernimento sapiente - di inglobare pure le ragioni diverse dalle proprie, rinunciando innanzitutto alla polemica pur di raggiungere un consenso sulla verità più generale. (...) È il motivo per cui la Chiesa non cessa di raccomandare ai giovani e all'intero laicato la strada non solo del volontariato sociale, ma anche della politica vera e propria, nelle sue diverse articolazioni, quale campo di missione irrinunciabile e specifico (l'invito più recente del Papa è quello espresso a Viterbo, domenica 6 settembre 2009). Il criterio fondamentale per una onesta valutazione dell'agire politico è dunque la capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È, in altre parole, il criterio della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti del Paese.
Occorre, inoltre, che chiunque accetta di assumere un mandato politico sia consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell'onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (cfr. art. 54).
Come vescovi di questo amato Paese sottolineiamo anche noi con il Papa "l'importanza dei valori etici e morali nella politica" a ogni livello (Saluti all'Udienza generale, 1 luglio 2009). E invitiamo tutti - singoli, gruppi, istituzioni - a guardare avanti, a far tesoro dell'esperienza con una capacità di autocritica che sia in grado di superare un clima di tensione diffusa e di contrapposizione permanente che fa solo male alla società. È urgente e necessario per tutti e per ciascuno guadagnare in serenità. Questo oggi il Paese domanda con più insistenza. È bene in ogni caso essere consapevoli che la comunità cristiana mai potrà esimersi dal dire - sulla base di un costume di libertà che sarebbe ben strano fosse proprio a lei inibito - ciò che davanti a Dio ritiene sia giusto dire. Peraltro, anche quando annuncia una verità scomoda, la Chiesa resta con chiunque amica. Essa infatti non ha avversari, ma davanti a sé ha solo persone a cui parla in verità, dunque mai con parole che possano essere scambiate o accomunate a quelle legittimamente espresse in nome della politica o del costume. Questo servizio, che consegue alla nostra missione di pastori, non può non essere colto nel suo intreccio di verità e carità, e rimane vivo e libero da qualsiasi possibile strumentalizzazione di parte.
Nell'agenda della vita socio-politica nazionale, sono in evidenza questioni importanti, alcune delle quali non possono - per la valenza etico-umanistica che racchiudono - non interessare il nostro ministero. Niente ci è più estraneo della volontà di far da padroni: cittadini di questo Paese, conosciamo bene i principi e le regole che reggono una democrazia pluralista, nella quale tuttavia le religioni sono presenze né abusive né sconvenienti, puntando esse in tutta trasparenza, e fuori da ogni logica mercantile, al colloquio con le coscienze e alla lievitazione della riflessione comune. La stessa memoria degli impegni solennemente assunti da ogni forza politica al momento del voto, si pone per noi su quel livello della pertinenza etica che è intrinseco a una partecipazione vitale di tutti i cittadini alla costruzione della polis.
Sulla pillola Ru486 - su cui è stata assunta una decisione controversa, sottovalutando probabilmente, e a giudizio di molti, le notizie circa i casi avversi - noi abbiamo detto già in più occasioni quello che era doveroso dire. Ossia che è una decisione solo apparentemente rispettosa della libertà, in quanto annulla i diritti di una delle parti in causa, la più indifesa, cioè della vita appena affiorata ma già reale. E anche nei confronti della donna, il principio di precauzione poteva e doveva suggerire altre cautele. Lo stesso vincolo a un ricorso al farmaco solamente tramite ricovero ospedaliero, al di là delle obiezioni che esso incontra e a misure sempre meno rigorose che la prassi in simili casi finisce per incoraggiare, nei fatti non determina quell'allerta adeguato che la natura del farmaco imporrebbe. Su tutto ci pare che emerga il rischio di una ulteriore banalizzazione del valore della vita, con l'incremento di una mentalità secondo cui l'aborto stesso finisce per essere considerato un anticoncezionale. Che è esattamente ciò che la controversa legge 194 nella sua prima parte esclude. Si è ora in attesa delle delibere tecniche che dovrebbero essere emesse a breve, e soprattutto si è in attesa di quel dibattito parlamentare che potrà consentire di arrivare a una maggiore verità sul farmaco stesso, e su ciò che ha già obiettivamente causato anche in varie altre nazioni. Ci pare giusto ribadire il collegamento stretto che intercorre "tra etica della vita ed etica sociale nella consapevolezza che non può avere solide basi una società che - mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace - si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata" (Caritas in veritate, n. 15).
Riguardo al "fine-vita" - tema sul quale abbiamo dovuto purtroppo registrare in questi ultimi giorni un pronunciamento quanto meno ambiguo - attendiamo una legge che possa scongiurare nel nostro Paese altre situazioni tragiche come quella di Eluana. È ora alla Camera l'articolato di legge già approvato al Senato, che attende di essere discusso in sede di Commissione. Nel rispetto delle prerogative del Parlamento, ci limitiamo ad auspicare che un provvedimento, il migliore possibile, possa essere quanto prima varato a protezione e garanzia di una categoria di soggetti tra i più deboli della nostra società, senza lasciarsi fuorviare da pronunciamenti discutibili. In questo senso, il lavoro già compiuto al Senato è prezioso, perché dice la volontà di assicurare l'indispensabile nutrimento vitale a chiunque, quale che sia la condizione di consapevolezza soggettiva. Osserva il Papa: "Come ci si potrà stupire dell'indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l'indifferenza caratterizza persino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?" (Caritas in veritate, n. 75).
Ho lasciato volutamente per ultima la questione immigratoria, che è fenomeno che impressiona per il numero di persone coinvolte, per i drammi cui dà vita, per le problematiche di vario ordine che solleva, per le sfide che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Confermati dalle valutazioni che il Papa offre nella sua ultima enciclica, dobbiamo qui ripetere ciò che è già nella convinzione di molti e su cui ci siamo già soffermati in occasione dell'ultima assemblea episcopale di maggio, ossia che si è di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, da inquadrare in una vigorosa e lungimirante politica di cooperazione internazionale (cfr. Caritas in veritate, n. 63). Infatti, allorché si tenta di dirimere il fenomeno entro parametri più ristretti, di fatto esso sfugge da ogni parte. E d'altro canto, l'appello a procedere celermente attraverso soluzioni internazionali e multilaterali non può rappresentare una via di fuga solo dialettica rispetto alle emergenze concrete e lancinanti che nel frattempo si avvicendano. A più riprese l'Italia ha cercato negli ultimi lustri delle risposte alle questioni provenienti dai flussi migratori, e ultimamente ciò è accaduto con il varo delle disposizioni in materia di sicurezza pubblica, sulle quali in verità non sono mancate da parte cattolica riserve variamente espresse. Ora, tenuto saldo il criterio esposto nella Caritas in veritate (al n. 9), secondo cui "la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente di intromettersi nella politica degli Stati", bisogna osservare che vi è la necessità di soluzioni in grado di contemperare esigenze diverse ma, a guardare bene, non antitetiche. Il rispetto della legalità e della sicurezza dei cittadini non può essere disgiunto dalla garanzia dei diritti umani riconosciuti nell'ordinamento nazionale e internazionale, né può portare a trascurare stati di necessità e doveri da sempre radicati nel cuore della nostra gente. L'esclusione dal circuito della legalità può dar luogo infatti a non previste situazioni di ulteriore auto-emarginazione delle persone, indotte per la paura a nascondersi e a ritirarsi definitivamente dalla fruizione di servizi essenziali che le strutture pubbliche fino a ieri garantivano a tutti. In altre parole, i problemi che si tenta di risolvere per una certa via fatalmente ritornano, riproponendo l'esigenza di dispositivi meglio calibrati, come opportunamente è stato fatto per le badanti. È illuminante ricordare il criterio di recente enunciato: "Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione" (Caritas in veritate, n. 62)
Termino segnalando come la vicina ricorrenza dei 150 anni dall'Unità dell'Italia debba trasformarsi in una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani, dentro l'Europa unita e in un mondo più equilibratamente globale. (...) Ha ragione chi dice che l'anniversario deve alimentare la cultura dello stare insieme, di questo c'è oggi bisogno, abbassare le difese e gettarci maggiormente nell'incontro con gli altri. In questo, le nostre comunità cristiane distribuite a reticolo continueranno a fare la loro parte. L'Italia sa che può contare sempre sulla Chiesa, sulle sue risorse e sulla sua leale dedizione, sul suo spirito di sacrificio e la sua volontà di dono.
(©L'Osservatore Romano - 21-22 settembre 2009)