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Maria-pietà-ZeffirelliMaria nell’ora del Crocifisso

di SALVATORE M. PERRELLA

La memoria della presenza della Madre di Gesù sotto la croce del suo Figlio è prima di tutto un dato evangelico (cfr. Giovanni 19, 25-27); fa infatti parte dell’annuncio e della testimonianza cristiani, sia al livello dei fatti della salvezza, sia al livello del loro significato. La presenza di Maria nell’ora del Crocifisso assume quindi i tratti di una risposta universale: la risposta all’azione del Padre, dello Spirito, e all’azione del Figlio, che dà consistenza piena al suo essere “uno di noi” vivendo l’esperienza della morte e della morte di croce.
Quella della Madre, dunque, è la presenza di una donna che, in virtù di questa risposta alla Trinità, diviene donna forte: ella sfida e vince, secondo il vangelo giovanneo, con le altre donne che la seguono e la sostengono nel difficile momento, le norme del potere romano, che vietava la presenza dei familiari accanto ai crocifissi. Maria non si sottomette a questo divieto e alla logica che lo sottende: il verbo utilizzato dall’evangelista — stava — manifesta la sua precisa volontà di perseverare in questa scelta di presenza accanto e con il Figlio. La fortezza della Madre indica quindi che sta accadendo qualcosa di nuovo, che non può essere compreso a partire dalla logica del mondo, ma a partire dall’a g i re del Dio trinitario. Il Crocifisso, con il suo modo di affrontare la ingiusta morte — consolidatosi nel corso di tutta una vita — apre per sempre le porte che la paura della morte stessa tiene serrate. È proprio la paura della morte, infatti, a chiudere le porte dell’amore, della speranza, del coraggio, del dono sincero di sé, della pace, del perdono, della misericordia e della fraternità. Cristo non si è sottomesso a tale angoscia e paura: egli è il libero per eccellenza, e lo è in quanto Figlio incarnato di Dio. È il disobbediente alla morte perché è l’obbediente al Padre. In questa libertà e con questa libertà, egli vince colui che della morte fa il segno e lo strumento della sua rivendicazione di potere sulle creature: il Maligno. Proprio perché libero, Cristo non teme di farsi solidale con i deboli e gli ultimi, condividendone la sorte. Da uomo libero, Cristo trasforma la debolezza e la marginalità in vocazione ad accogliere quel Dio che manifesta la sua regalità attraverso una critica serrata a tutto quel che rende la persona umana prigioniera del destino e dell’immutabile, e di tutto ciò che ne consegue e che la tradizione cristiana chiama apertamente strutture di peccato. La fortezza della Madre presso il Crocifisso nasce perciò dalla libertà del Figlio e dalla sua opera di liberazione, inseparabile dalla sua croce redentrice. La fortezza umana e teologale della Madre si fa attiva collaborazione a quest’opera di disobbedienza alla morte che è causata dall’obb edienza del Figlio al Padre. La fortezza che connota la presenza di Maria nell’ora del Crocifisso è pertanto da porre sotto il segno della speranza e non sotto il segno dell’ineluttabile tragico. Soffrendo per noi, la Madre di Gesù non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato. Proprio la fortezza della Madre di Gesù, segno e strumento della totale libertà del Figlio, chiede perciò con insistenza alla Chiesa dei nostri giorni di evangelizzare anche le tante forme di pietà popolare che i secoli ci hanno consegnato in onore della Vergine dei dolori. Non si può negare, infatti, che esse manifestino anche la presenza e l’influsso del tragico. Non ne sono esenti. Anzi, quanto più esso si infiltra in queste espressioni di venerazione per la Madre sotto la croce, tanto più si rileva la loro incapacità a costituire un momento qualificato e qualificante di resistenza e di profezia nei confronti delle odierne strutture di peccato quali la criminalità organizzata, il narcotraffico, la corruzione e la moderna tratta degli schiavi.

© Osservatore Romano - 14 settembre 2014