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poliVicinanza alla gente, attenzione privilegiata ai poveri, stretta comunione con i sacerdoti, forte senso missionario: ecco i punti cardini dello stile pastorale di Jorge Mario Bergoglio. A parlarne al nostro giornale è il nuovo arcivescovo di Buenos Aires, monsignor Mario Aurelio Poli, che ha lavorato al suo fianco per molti anni prima di succedergli alla guida dall'arcidiocesi della capitale argentina.

A quando risale la sua conoscenza di Jorge Mario Bergoglio?

Io sono di Flores, la stessa zona vicariale della quale Bergoglio era ausiliare prima di diventare arcive-scovo di Buenos Aires. E proprio come ausiliare e vicario di Flores so-no succeduto a lui, mettendomi su-bito sulle sue orme, perché con un maestro simile era impossibile non imitarlo. Mi sono sempre sentito molto in sintonia con il suo stile pa-storale, così vicino alla gente. Mi ri-cordo quando ha ricevuto l’o rd i n a -zione episcopale dal cardinale Anto-nio Quarracino. Era il 27 giugno 1992. Bergoglio aveva svolto un ruo-lo importante come provinciale dei gesuiti, ma alla maggioranza della gente era quasi sconosciuto. Con il passare degli anni, però, i fedeli hanno imparato a conoscere il suo stile pastorale, manifestato, in un primo tempo, come vescovo ausilia-re, e poi come arcivescovo, alla mor-te del cardinale Quarracino nel 1998. Si tratta di uno stile molto semplice, che si caratterizza per la vicinanza ai sacerdoti e alla gente. È un grande camminatore, nel senso che è un missionario. Ha visitato spesso le parrocchie, i quartieri più poveri, gli ospedali e le carceri. In effetti, con la sua vita e la sua predi-cazione, ci ha insegnato una modali-tà di azione pastorale che è rimasta impressa tra i sacerdoti, i laici, i reli-giosi, la gente. Tutto il popolo di Dio e soprattutto i vescovi ausiliari hanno imparato tanto da lui.

Quali sono le caratteristiche di questo ministero episcopale?

Da quando è stato eletto Papa, Bergoglio ha tradotto in pastorale universale quello che già faceva a Buenos Aires a livello diocesano. Il mondo è sorpreso dal suo stile, ma noi che lo conosciamo sappiamo che questa è la sua caratteristica e perciò non ci meravigliamo. Il suo ministe-ro ci ha sempre affascinato. Ha una caratteristica che unisce alla vita quotidiana la parola, l’omelia, la ca-techesi, la predicazione. In lui paro-le e gesti vanno in sintonia, così co-me insegnava PaoloVInell’Evangelii nuntiandi. Lo stesso Signore predicò il Regno dei cieli con parole e gesti, con miracoli e insegnamento. Questo si rispecchia nella personalità di Bergoglio. Ci ha insegnato a essere vescovi missionari, a uscire dalla curia, a non rimanere chiusi negli uffici. E in tutto questo non c’è populi-smo o demagogia, come qualcuno insinua. Al contrario, l’azione di Bergoglio è tutta rivolta al Regno di Dio e a manifestare una sincera vici-nanza alla gente. Il Papa attinge alla vita quotidiana delle persone per ispirare la sua predicazione. Per que-sto le sue parole arrivano al cuore dei fedeli; anche perché mantiene il Vangelo e la Parola di Dio come punti obbligati di riferimento. È una nota caratteristica, che si applica be-ne alla vita sacerdotale. Un modello che ho ritrovato delineato nell’omelia della messa crismale del Giovedì santo, dove è riflesso efficacemente il suo pensiero sul sacerdozio.

Sin dall’inizio si è notata la sua particolare attenzione per i poveri.

Per loro ha una vera predilezione. È vescovo di tutti, però ha fatto un’opzione preferenziale per i pove-ri. Essi hanno un posto particolare nel suo ministero pastorale, come del resto dev’essere per tutta la Chiesa, D’altronde, Buenos Aires è una metropoli che è segnata dall’emergenza e dalla miseria. Ci sono fasce della popolazione che vi-vono precariamente, senza luce, gas, acqua potabile. Il paradosso è che questa gente convive fianco a fianco a persone che hanno invece tutto il necessario. In molti quartieri trovia-mo ammassati poveri e immigrati che giungono in città alla ricerca di un lavoro. Provengono non solo dalla provincia argentina, ma dal Paraguay, dalla Bolivia, dal Perú. Gente onesta, in maggioranza buo-na, che però a causa del sovrappo-polamento e della mancanza di sicu-rezza diventa molto vulnerabile. Per questo trova spazio il mercato della droga. Quando Bergoglio era arcive-scovo, soleva andare in tutti i quar-tieri, specialmente i più poveri, a celebrare la messa, o anche solo a tra-scorrere un po’ del suo tempo con la gente.

Come si è tradotta questa scelta sul piano della pastorale?

Bergoglio ha voluto che in ogni parrocchia vi fossero due o tre preti, per avere una forte presenza della Chiesa tra la gente e per guidare an-che la pietà popolare. La sua visita nel carcere minorile di Casal del Marmo ha sorpreso il mondo: ma è quello che ha fatto per 25 anni a Buenos Aires in occasione del Natale e della Pasqua. Si è recato molte vol-te negli ospedali, ma ha anche rinno-vato la pastorale della salute. Ha pre-stato molta attenzione alle cappella-nie ospedaliere e le ha affidate a sa-cerdoti giovani anziché a preti anzia-ni, come in genere avviene. C’è una generazione intera di sacerdoti che svolgono il servizio di cappellani tra i malati. Bergoglio ha poi voluto una presenza significativa tra i più vulne-rabili, quelli affetti da Aids.

Nei discorsi del Papa ricorre spesso il riferimento alla misericordia di Dio.

Il Santo Padre insite molto su due concetti che si trovano nei sal-mi: la misericordia e la tenerezza di Dio. Cristo si è avvicinato alla gente mostrando il volto di Dio come Pa-dre. Questo è ciò che vuol far com-prendere il Papa. Ci invita a lasciar-ci toccare dalla tenerezza divina che si fa perdono, consolazione, aiuto, salvezza. Bergoglio termina quasi sempre le sue prediche con questa frase: Dio salva. In essa è contenuta anche la sua teologia: Dio ci perdo-na, ci esorta, ci accompagna, ci attende.

Cosa le è rimasto più impresso degli anni vissuti accanto a lui come vescovo ausiliare?

Soprattutto la sua amicizia verso tutti noi sacerdoti: un’amicizia cor-diale e sincera, che ci ha fatto sentire molto bene al suo fianco. A ciò ha unito una serietà nella pastorale che affascina. Per questo, consiglio di seguire il ritmo di vita di Papa Francesco. Si alza molto presto al mattino. È un uomo di grande pre-ghiera e di grande lavoro pastorale. Non riposa durante il giorno, è un fatto conosciuto, perché ha una grande resistenza fisica. Continua-mente pensa alla Chiesa, alla gente, alla pastorale.

Come ha accolto la notizia della sua nomina a successore di Bergoglio a Buenos Aires?

Dopo sei anni trascorsi nella capitale come vescovo ausiliare, sono stato trasferito nel giugno 2008 alla sede di Santa Rosa, nella pampa, al sud dell’Argentina. Stavo lì quando mi è arrivata questa sorpresa. Avevo ancora nel cuore lo stupore e la gioia dell’elezione di Papa Bergoglio. Mi ha chiamato il nunzio apostolico e mi ha comunicato la notizia della mia nomina ad arcivescovo della capitale. Ho avvertito anzitutto un senso di grande indegnità, perché succedere al cardinale Bergoglio è una vera e propria sfida. In quel momento ho riposto la mia speranza in Dio che non lascia soli. Confido in lui, nella sua grazia e nell’aiuto dei laici, perché ce ne sono molti impegnati nella catechesi, nel volontariato, nei movimenti. Mi affido anche al sostegno dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose. Sono stato trent’anni nel seminario arcidiocesano di Villa Devoto, prima come for-matore e poi come professore; per-ciò conosco molti preti che ho se-guito come seminaristi. Anzi, posso dire di conoscere la maggioranza del clero ordinato negli ultimi due o tre decenni. Sono sicuro che riceverò molto aiuto da loro. Farò poi il possibile per rispondere alle aspettative del Papa. Faremo insieme questo cammino. Voglio proseguire nel suo stile e fare come lui, che ha ascolta-to molto il clero, sia nel consiglio presbiterale, sia nel consiglio dei consultori. Credo che sia una strada dalla quale non si può tornare indie-tro. Sarà poi il tempo a dire se sia-mo stati buoni discepoli.

Ci sono delle priorità e delle urgenza da affrontare?

Ci sono molte sfide che vengono da lontano. Per essere il pastore del-la capitale argentina, dovrò anzitut-to occuparmi delle relazioni tra Chiesa e Stato. Nel nostro Paese c’è una separazione molto chiara. E dev’essere così. Un’altra delle priori-tà è l’educazione. Abbiamo molti collegi cattolici a Buenos Aires. Da anni portiamo avanti un progetto di educazione con migliaia di alunni. Bergoglio ha prestato molta atten-zione a questo ambito e ha creato un vicariato speciale per l’educazio-ne. Un’ulteriore sfida interessante è la missione continentale, alla quale ci ha chiamato Benedetto XVIquan-do è venuto ad Aparecida: dobbiamo proseguire in questa direzione. C’è poi, come accennavo prima, il problema della droga, che è molto preoccupante non solo a Buenos Ai-res, ma in tutta l’Argentina. Prima il nostro era un Paese di transito, adesso è diventato un consumatore. Purtroppo ci sono anche delle zone di produzione, dove i poveri fanno ricorso alla coltivazione della droga per superare le difficoltà economi-che.

Anche lei ha origini italiane, come Bergoglio?

Sono nato a Buenos Aires da pa-dre italiano e madre argentina. Mio padre Mario era toscano, nato nel 1900 a La Scala, in diocesi di San Miniato. Aveva due fratelli, Aurelio e Cornelio. Ricordo che la nonna paterna era molto religiosa. Mio pa-dre e mio zio vennero battezzati nel-la chiesa di San Pietro alle Fonti, che ho visitato qualche anno fa e della quale conservo un bel ricordo. Mio padre era un macchinista delle ferrovie. Negli anni Trenta conduce-va il treno da Firenze a Lione. Ven-ne fatto prigioniero al tempo del fa-scismo, anche se non sappiamo mol-to di questa storia. A quanto sem-bra, un parroco intervenne per libe-rarlo. Per sfuggire alla guerra emi-grò con suo fratello Aurelio in Ar-gentina. Aprirono una torneria e il lavoro andò bene. Mia madre invece era una sarta, anche lei proveniente da una famiglia molto cattolica. Da mio padre ho ricevuto la cultura del lavoro e da mia madre la religiosità. Abitavamo a Buenos Aires, ma per un periodo siamo stati anche a Casale Monferrato, in Piemonte. Devo dire che sono contento quando vengo in Italia, perché mi sento come a casa.

(©L'Osservatore Romano 13 aprile 2013)