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Contrariamente a quanto l’opinione pubblica potrebbe immaginare, con la Ru486, la pillola abortiva, non si riesce ad abortire. Il mifepristone, cioè il suo principio attivo, da solo non è sufficiente. Le percentuali di abortività dopo l’assunzione della sola Ru486 sono molto variabili, ma sempre troppo basse per essere competitive con i metodi abortivi tradizionali. Il mifepristone blocca lo sviluppo dell’embrione e ne favorisce il distacco, ma per risultare efficace deve essere accompagnato da un altro farmaco che induca le contrazioni, e quindi l’espulsione dell’embrione. I diversi protocolli autorizzati per l’aborto chimico prevedono tutti, come secondo farmaco, una prostaglandina in grado di produrre le contrazioni uterine che inducono appunto quell’espulsione. La storia dell’aborto farmacologico inizia infatti con le prostaglandine, e non con il mifepristone. L’uso delle prostaglandine provocava contrazioni molto dolorose e protratte nel tempo, quindi aborti difficili, sperimentati soprattutto in fase avanzata di gravidanza; veri e propri parti precoci, e non di rado accadeva che i bimbi abortiti nascessero vivi. Queste sperimentazioni – condotte alla fine degli anni ’70 in Germania – provocarono una forte mobilitazione femminista contro l’interruzione di gravidanza con le prostaglandine.
La letteratura scientifica sull’aborto con le prostaglandine è monotona: lunghissimi (fino a 36 ore) travagli indotti, con vomito e diarrea, e con complicazioni tali che già nel ’78 si leggeva sulla rivista specializzata Obstetrics and Gynecology: «Nuovi problemi riportati con le prostaglandine includono specifici eventi cardiaci associati con il loro uso, inclusi un caso serio di aritmia cardiaca e due morti confermate da improvviso arresto cardiaco; anche due casi di infarto del miocardio sono stati associati all’uso delle prostaglandine per via vaginale». Continua su E' Vita