Penso, agisco e posso anche morire perché prima di tutto sono
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Non ogni filosofia conviene alla teologia. Ma la conseguenza di questo non è che il teologo per dedicarsi alla sacra doctrina debba prima scegliere una determinata filosofia, da applicare poi all'intelligenza della fede, anche se, avviando questa intelligenza, già dispone normalmente di una filosofia. Se ci si propone la professione teologica, l'officium sapientis, come lo chiama Tommaso d'Aquino, si parte anzitutto e da subito con l'ascolto della Parola di Dio, accolta nella fede, ed esattamente non al fine di averne una comprensione "razionale".
Definire la teologia come la comprensione "razionale" della fede è impreciso e improprio, se non errato. Certo, la teologia si propone l'intellectus fidei, ma collocando l'intelletto, se così si può dire, dalla parte della Rivelazione o dal lato della "scienza divina".
Essa non si prefigge di inserire il mistero nei confini della ratio, per poterlo capire, quanto invece di attrarre la ratio e, per così dire, di dilatarne gli spazi e di incrementarne le risorse. San Tommaso, citando Paolo (2 Corinzi, 10, 5), parla di sottomissione dell'intelletto all'obbedienza di Cristo (Summa Theologiae, i, 1, 8, 2m).
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