La fisica di Aristotele confermata da relatività e quantistica
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di Enrico Berti
La "via" aristotelica va da una cosmologia fisica, una visione dell'universo determinata dalla scienza della natura, a una cosmologia metafisica, cioè a una visione dell'universo che approda a un principio metafisico, trascendente la realtà fisica. Al termine della sua Fisica, per spiegare quello che egli riteneva essere il movimento eterno del primo cielo, o cielo delle stelle fisse, Aristotele è costretto ad ammettere la necessità di un motore immobile, cioè di un principio che, per il fatto di essere appunto immobile, si sottrae all'ambito del mondo fisico, caratterizzato dal movimento, e quindi si caratterizza come "metafisico". Dunque la cosmologia fisica entra in misura massiccia nel discorso metafisico di Aristotele, ma per una ragione che dovrebbe essere apprezzata soprattutto dai filosofi moderni e contemporanei, cioè per la necessità di "fare i conti con la scienza del proprio tempo".
Al rispetto verso la scienza, in particolare verso la matematica, si unisce tuttavia, in Aristotele, la convinzione che la fisica non sia una scienza matematica, e quindi non abbia il carattere di rigore assoluto e di assoluta necessità che a suo giudizio caratterizza la matematica, ma sia una scienza meno esatta, più "flessibile", cioè più approssimativa, la quale enuncia non ciò che accade sempre, cioè in tutti i casi, ma ciò che accade nella maggior parte dei casi, quindi con eccezioni alla regola.
Questo carattere di flessibilità, di approssimazione, che Aristotele attribuiva alla fisica, non sempre fu tenuto nella necessaria considerazione, sia da quanti si richiamavano ad Aristotele, come ad esempio il grande logico del Cinquecento Giacomo Zabarella, sia da quanti si opponevano alla sua fisica, ma non alla sua logica, come Galileo Galilei.
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