Il cardinale segretario di Stato all'inaugurazione della «Astrum 2009» in Vaticano
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di Tarcisio Bertone
Nell'Angelus del 21 dicembre scorso, Sua Santità volle fare esplicito riferimento alla ricorrenza galileiana e all'Anno Internazionale dell'Astronomia. Ricordò che, tra i successori di san Pietro, ve ne sono stati alcuni appassionati e anche esperti della scienza degli astri, menzionando Silvestro ii, Gregorio XIII e san Pio X. Fece poi riferimento al salmo 19 (o 18), che è un inno alla legge del Signore, ma si apre con una meravigliosa immagine cosmica (2-3).
Il Papa osservò che "anche le leggi della natura, che nel corso dei secoli tanti uomini e donne di scienza ci hanno fatto capire sempre meglio, sono un grande aiuto per contemplare le opere del Signore". E aggiunse un particolare che molti pellegrini e turisti - ma anche non pochi romani - non conoscono: il fatto, cioè, che nella parte destra di Piazza San Pietro è collocata una grande meridiana.
È evidente come l'armonia tra la fede e la scienza costituisca uno degli aspetti caratterizzanti del magistero di Benedetto XVI, in continuità con l'enciclica Fides et ratio del servo di Dio Giovanni Paolo II. Tale impostazione, che ha alle spalle due millenni di filosofia e di teologia, ma anche di teoria e pratica della scienza - come dimostrano anche proprio la vita e le opere dello stesso Galileo - questa impostazione - dicevo - è quella che sta alla base di "Astrum 2009". Come ho già avuto modo di osservare, siamo particolarmente soddisfatti di ospitare questa mostra in Vaticano. Sicuramente per il suo valore storico e scientifico, per la ricchezza e l'originalità del patrimonio che essa presenta ai visitatori; ma, al tempo stesso, perché essa rappresenta, più di qualunque discorso, una prova inconfutabile della ritrovata serenità su una questione, quella di Galileo, che ha a lungo segnato i rapporti tra la Chiesa e il mondo scientifico. Non solo. L'astronomia, tra tutte le scienze, è forse quella che possiede la più forte carica simbolica per alludere all'orizzonte dell'infinito, del mistero, a quello spazio, cioè, in cui l'uomo, con la sua fragilità e la sua grandezza, è immerso; in cui, come disse san Paolo all'Areopago di Atene, noi tutti "viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (Atti, 17, 28).
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