P. Pietro Messa, ofm Padre Cristoforo Cecci, francescano umbro che ha avuto continui contatti con l'Istituto Secolare Missionarie della Regalità, in una riflessione del 1972 ha approfondito la morale del cristiano che in continuità con la vita, pensiero e spiritualità di Armida Barelli consiste nel vivere dentro la storia ma con la sapienza del Vangelo.
“L’impegno morale del cristiano” è il tema proposto quest’anno
dalla Conferenza Episcopale Italiana come motivo di riflessione e
di azione pastorale. Partecipiamo - con questa ricerca di approfondimento
e con uno sforzo di rinnovamento interiore - alla vita della nostra Chiesa locale."
UN IMPEGNO DA RINNOVARE
“Se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli” ( Mt.5,20
UN QUADRO PREOCCUPANTE
“Oggi tutto è permesso” “ non esiste più legge morale”. Espressioni come queste, tutt’altro che infrequenti, bastano da sole a manifestare il grave stato di disagio morale in cui viviamo oggi. Disagio aggravato da aspetti di costume e da episodi così sconcertanti ( pornografia, atti di violenza, rapimenti…) che sembrano essere una sfida ad ogni forma di pudore ed onestà. Si è arrivati per questo a caratterizzare la nostra società come “società permissiva”: essa consente tutto, permette tutto e sembra giustificare tutto. Qualcuno frastornato e rattristato, è arrivato a domandarsi se oggi è possibile parlare di impegno e di morale.
Ma, a parte i fatti e gli episodi ( registrabili per altro in ogni tempo ), quel che sembra apparire più grave è che valori – fino a ieri ritenuti assoluti - vengono decisamente rifiutati; è che la legge, qualunque essa sia, viene violentemente contestata e ogni autorità viene messa in questione.
Sembra quasi di essere allo scoperto, in balia del capriccio di ognuno in un tempo in cui tutto sembra lecito. La stessa morale cristiana sembra relegata nel museo e la nuova morale non si sa quale sia. Un tempo, il nostro, in cui le vecchie contrapposizioni tra legge ed autorità, tra legge e libertà, tra coscienza e legge, vengono radicalizzate e… gli anziani guardano i giovani e si domandano dove si andrà a finire.
C’è, non ce lo possiamo nascondere, un diffuso stato di disagio, forse anche all’interno dell’Istituto delle Missionarie della Regalità.
Ma più che analizzare il nostro sofferto stato di animo, cerchiamo di capire questa realtà che sembra farci soffrire. Cerchiamo di vederci dentro.
IMMORALITA’ O CRISI MORALE?
Proprio per capire e orientarci è necessario che resistiamo alla facile tentazione di bollare il nostro tempo con troppo generiche qualifiche ( “è un tempo in cui l’immoralità dilaga” ) o invocare piogge di fuoco quasi la nostra società fosse Sodoma o Gomorra.
E questo conviene farlo, non perché non ci siano davvero fatti conturbanti dal punto di vista morale che meritano la nostra disapprovazione, ma solo per capire meglio, senza ombra di cedimento.
Una considerazione attenta ci rivela che anche sul terreno morale siamo in un’epoca di trasformazione: vecchi schemi, norme lungamente elaborate sembrano non reggere più e per questo pare che intorno a noi si sia fatto il vuoto.
Il nostro è un tempo di crisi morale, che non significa però e non si identifica con il cosiddetto dilagare dell’immoralità o peggio ancora con la perdita del senso morale. La nostra epoca non è più immorale di altre: è in una fase di ricerca di nuovi criteri morali. Essa non rifiuta la morale, rifiuta certi criteri storici di valutazione legati a situazioni umane e a momenti di ricerca che sembrano ormai superati.
La crisi morale che caratterizza il nostro tempo è proprio per questo un fenomeno ambivalente. Da una parte essa può apparire come gesto di smobilitazione morale (via ogni norma morale!): cosa questa estremamente pericolosa, perché solleticante la debole natura umana. In tal senso la crisi morale può essere (e forse per qualcuno lo è) una specie di invito a farsi un’altra morale in nome della spontaneità e dell’istinto: una morale libera, come oggi si dice, in nome di una nuova concezione della libertà, che poi in fondo non differisce molto dal capriccio. Una morale che si muove all’insegna del “sono libero e faccio quel che mi piace!”.
Ma d’altra parte la crisi morale, proprio perché provocazione e rifiuto di un certo tipo di impegno morale e di certi criteri di valutazione può significare attesa e richiesta di qualcosa di nuovo, non necessariamente più facile, ma più umano e più evangelico.
Ora, mentre la crisi morale in quanto smobilitazione e rifiuto di ogni norma esige attenta vigilanza e radicale contestazione, in quanto provocazione invece, in quanto richiesta ed attesa di un nuovo tipo di impegno morale esige seria attenzione.
“QUESTO TIPO DI IMPEGNO NON BASTA”
Che cosa si contesta sul terreno morale? Da chi è fatta la contestazione? Che cosa si ricerca e che cosa si vuole, contestando?
Chi contesta è ovviamente l’uomo del nostro tempo; l’uomo che si è venuto a trovare in un mondo diverso da quello di ieri.
Difatti, mentre l’uomo di ieri sembrava trovarsi in un mondo fisico e in un tipo di società da accettare passivamente nella sua struttura e nei suoi valori, l’uomo d’oggi, conseguentemente alle trasformazioni che egli stesso è stato capace di provocare, ha preso nuova coscienza di sé e per questo non si sente più schiavo né di strutture né di norme ieri reputate naturali. Rifiutando un certo tipo di società dalla quale si sentiva condizionato, egli ha rifiutato anche i valori di quella società e le leggi che tali valori esprimevano. Ieri , in nome di una certa mentalità, si diceva che la natura umana era immutabile (l’uomo non si cambia), oggi si riconosce che, pur esistendo elementi che caratterizzano l’uomo e lo distinguono, non si è ancora finito di scoprirne la ricchezza. La Gaudium et Spes afferma infatti: “L’esperienza dei secoli passati, il progresso delle scienze, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più a pieno la natura stessa dell’uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio pure per la Chiesa”(n.44)
Ora quest’uomo che al mondo di ieri ne ha contrapposto un altro, che alla mentalità di ieri ne ha sostituita un’altra, è portato a contestare il codice morale di ieri, ma soprattutto il modo di incarnare i valori. Non è che l’uomo d’oggi non creda ai valori, piuttosto non crede ad un certo modo di esprimerli, proprio perché per lui i valori morali hanno acquistato nuove dimensioni e nuovi contenuti.
Non è che, per esempio, egli non creda all’amore e alla fraternità evangelica; semmai non crede più alla riduzione a sole parole; non crede più ad un certo modo individualistico di incarnarlo, proprio perché oggi l’amore cristiano è soprattutto sentito come impegno sociale e politico a favore dei più poveri. La carità trovò ieri la sua splendida espressione soprattutto nel dare aiuto a chi non aveva pane o salute; oggi invece essa cerca la sua espressione nel creare condizioni sociali e politiche perché i poveri possano fare da sé, senza avere l’umiliazione del sentirsi mantenuti. Per questo essa si manifesta talvolta come gesto di condanna dell’ingiustizia e delle strutture egoistiche. Carità fu quella cdi ieri, carità è quella di moggi, anche se cambia il modo espressivo.
E’ evidente che, a livello di impegno, non tutto è poi così chiaro come a livello di richiesta; anzi non sarebbe difficile fare una specie di inventario delle incoerenze morali dell’uomo di oggi. Esse, a parte la debolezza dell’uomo di sempre, sono frutto della facile tentazione, tutta contemporanea, a uniformarsi alla massa e di quella specie di abdicazione alla quale dolcemente invita la società dei consumi. “Pensiamo noi a tutto”: all’invito che sembra esimere dallo sforzo non è facile contrapporsi con l’impegno vigoroso che dice:”a tutto penso io!”.
Ebbene quest’uomo che stenta a farsi seriamente responsabile e che sente di vivere nell’incoerenza, contesta e provoca l’impegno, meglio un certo tipo d’impegno morale cristiano. Egli è convinto, e lo dichiara, che questo tipo di impegno morale non basta.
IL PERCHE’ DELLA CONTESTAZIONE
Nel coro delle accuse che l’uomo d’oggi rivolge alla morale cristiana non è difficile cogliere alcune costanti:
Egli dice: 1) il vostro impegno morale è troppo dominato dalla paura; essa non vi fa essere coraggiosi e pronti a correre il rischio di stare con i più poveri; 2) il vostro impegno morale ha come punto di riferimento il peccato; più che di fare il bene vi siete preoccupati di non fare il male: difatti i vostri testi di morale sono una specie di peccatologia, cioè discorsi intorno ai peccati, ben distinti in numero e specie; 3) la vostra morale è da retroguardia e non da costruttori; voi siete più una “Croce Rossa” che delle guide, difatti raramente voi siete là dove si combattono le battaglie della giustizia, della promozione e della pace.
E questo perché la vostra morale fa perno su principi astratti e non tiene conto della storia e delle situazioni; si basa più sull’autorità e sulle leggi che sulla libertà e sulla responsabilità personale; è troppo individualistica e non tiene conto delle dimensioni comunitarie nelle quali l’uomo oggi vuol vivere.
Questa provocazione (vera o no che sia) non deve essere disattesa. Qualcosa di vero in essa ci deve pur essere se lo stesso Concilio Vaticano II parla della necessità di un rinnovamento della teologia morale: “ Si ponga speciale cura nel perfezionare la teologia morale, in modo che la sua esposizione scientifica, maggiormente fondata nella Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo” (Optatam totius, n.16).
Se la contestazione si ascolta con animo aperto, ci si accorge che, pur avendo toni distruttivi, essa è in fondo una richiesta ed una attesa.
UN IMPEGNO MORALE NUOVO
E’ una richiesta rivolta ai credenti e più particolarmente a noi che per scelta di vita ci siamo impegnati a rendere testimonianza a Cristo, che ha portato nel mondo un nuovo tipo di impegno morale, una richiesta che attende una risposta. E la risposta adeguata, a me pare, dovrà essere rappresentata da un impegno morale che abbia questi connotati.
I) Dovrà essere un impegno morale vissuto, un impegno, cioè, che non si limiti tanto ad esprimersi in un insegnamento o in una dottrina, ma piuttosto in termini di vita. Oggi è tornato fortemente attuale il criterio evangelico: “E’ dalle opere che vi riconosceranno”: è la vita che rende credibile la verità di un insegnamento.
In un incontro di lavoratori mi sono inteso apostrofato così da alcuni operai : “si, è tutto vero quello che dite, …ma fateci vedere che la giustizia non l’annunciate, ma la fate”; “ smettete di predicare il rispetto della persona, cominciate a rispettarla”; “ a me non importa che voi parliate di divorzio - diceva una donna separata dal marito - fateci vedere che voi cristiani vivete il matrimonio in un modo diverso da noi”; “io credo a un cristiano come P.Kolbe – diceva un altro - che nel campo di concentramento non ha predicato l’amore, l’ha realizzato”.
Al fondo di contestazioni come queste mi è sembrato di sentire, vigorosa, la voce dell’apostolo Giacomo:” a che serve ad uno dire di avere la fede se non ha le opere? (Giac. 2,14).
L’impegno morale che l’uomo di oggi si attende dai credenti è quello che si esprime in un tipi d’uomo, in cui lealtà e sincerità, amore di Dio e amore ai fratelli, giustizia ed onestà armoniosamente si fondono a livello di vita concreta. Bisogna, insomma, gridare le virtù con la vita se si vuole rendere credibile il messaggio morale evangelico.
II) Questo impegno dovrà essere vissuto e mostrato come risposta ad una esigenza interiore, cioè alla naturale vocazione di essere pienamente uomini e quindi aperti a Dio e ai fratelli.
Si mostrerà così come l’impegno morale è in correlazione, più che con la legge, con questa volontà (o vocazione) naturale di voler essere uomini: ne è anzi l’espressione e l’esigenza più vera. Apparirà che esso non deriva dall’esterno, quasi imposto da una volontà arbitraria o da una società oppressiva; ma che piuttosto esso è un’esigenza inalienabile dell’uomo che si fa, dell’uomo che vuol crescere. Agire moralmente vorrà dire insomma : mi faccio uomo, facendo ordine in me e così mi rendo capace di fare la verità e il bene mio e degli altri.
III) L’impegno morale si identifica per questo con la volontà o vocazione naturale a volere essere liberi: in fondo è esso che mi fa essere uomo perché mi fa libero e mi sollecita a crescere nella libertà.
Esso basta quindi da solo a rivelare la dignità e il valore dell’uomo, se è vero, come il Concilio Vaticano II ha ricordato, che “ la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali e non per un cieco impulso all’interno o per mera coazione esterna” (Gaudium et spes, n.17) .
L’impegno morale proibisce le facili abdicazioni (basta osservare la legge!) o le deleghe troppo comode (ci penseranno i superiori!), ma esige un esercizio di responsabilità, proprio perché esso è essenzialmente un fatto di maturità da giocare in proprio. Un impegno che per questo mi fa sentire il dovere di vincere ogni condizionamento interiore e di superare ogni ingiusta manipolazione esteriore.
E’ una libertà da conquistare con uno sforzo di liberazione da ogni paura, da ogni concupiscenza , in un cordiale rapporto con gli altri, in una determinata situazione di vita.
Non è forse questo il contenuto più vero di tutto il messaggio religioso della Bibbia, che è l’annuncio “della libertà gloriosa dei figli di Dio”? L’uomo si vuole liberare, ma vi sono due condizioni bibliche inderogabili. Fare deserto in noi: bruciare cioè tutte le nostre arroganti certezze per renderci disponibili ad essere liberati da Dio ( “Io ti libererò” Es. 3,7 ).
Fare esperienza di Dio, senza del quale non è possibile nessuna liberazione: non ci si libera se non per Iddio (“là dove è il Signore, là è la libertà” 2 Cor.3,17).
La libertà si costruisce attraverso la severità dell’impegno morale, diviene così luogo di manifestazione e testimonianza splendida del Dio che libera.
IV) Allora impegnarsi moralmente val quanto spendere la vita perché i valori ( dignità, giustizia, pace) in forme varie e modalità originali emergano, crescano a livello di convivenza umana, nella mia e nella vita degli altri.
Una vita che rifugga da ogni minimismo ( anche la pura osservanza della legge può essere una forma di minimismo morale ), che si esprime in cose da fare, di valori da difendere o da promuovere, che ci fa uscire allo scoperto, più che andare alla ricerca di facili giustificazioni per fare il minimo possibile.
Il bene da fare: questo è l’obiettivo dell’impegno morale; un bene che di volta in volta prenderà il nome di giustizia, di ordine… ma che sempre si compirà in nome e per amore di Dio e dei fratelli.
Quel che gli altri si attendono da noi sul terreno del vivere morale è un genere di impegno che più che affidarsi a termini di misura facili o da criteri di comodo, si affidi alla responsabilità personale, alla dinamica della vita che il Battesimo esige, alla crescita operata in noi dallo Spirito: un impegno che nell’osservanza della legge trova una garanzia, ma che obbligatoriamente si sente spinto ad andare oltre, nella misura della misura dell’amore del Padre: “Guai a voi… che pagate la decima… ma trascurate le cose più essenziali della vita: la giustizia, la misericordia, la fedeltà” ( Mt. 23,23 )