Il dono delle lacrime e il desiderio del Cielo .
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Lenisci con le lacrime
la durezza dei cuori,
accendi il desiderio
della patria beata.
(dall'inno delle lodi)
Il dono delle lacrime è uno dei doni principali dello Spirito nel cammino dell'orazione. Conferisce all'anima la capacità di percepire chiaramente e intimamente la maestà e la bellezza di Dio e la propria piccolezza. Come un fiume rigoglioso non può essere tenuto da nessun argine, come un terremoto scuote qualunque fondamenta, così la presenza limpida di Dio nel cuore dell'orante fa sgorgare lacrime di incontenibile stupore, gioia e dolore assieme.
Occorre avere un cuore caldo, però, capace di amare, purificato da sentimenti come l'invidia e la gelosia, dalla carnalità e dalla dissipazione e soprattutto dalla superbia. Senza Timor di Dio, tutti i doni dello Spirito non attecchiscono e "slittano" via. Non è dunque Dio che dona poco ma il tuo cuore che è incapace dell'infinito che ti viene donato.
Quando invece il Timor di Dio è presente, segno della "fede retta", i doni dello Spirito si espandono nell'anima secondo il volere, la provvidenza e la giustizia di Dio.
Il dono delle lacrime è tra questi.
Queste vere e autentiche lacrime, frutto di questo dono, hanno anche un effetto rigenerante; non solo sciolgono il cuore e lo frantumano delle sue durezze ma irrigano l'anima e la rendono feconda, capace di amare.
Il cuore inondato dalle lacrime pian piano si cristifica, cioè si rende sempre più simile al cuore di Cristo.
I sentimenti di Cristo diventano i nostri sentimenti, il Suo sentire il nostro, il Suo essere compassionevole il nostro, il Suo palpitare, il nostro.
Sia ben chiaro, non sono lacrime da cercare, non è un piangersi addosso, non è un ripiegarsi sul proprio ombelico e sulle proprie croci, con quell'ego-narciso-centrismo camuffato da Pietà, ma tale dono è invece un guardare Dio e riguardare ogni cosa in Lui.
Non è narcisismo spirituale ostentato fariseicamente, anzi è sovente rivestito di sommo pudore e nascondimento.
È Dio che dona le lacrime quando e come ritiene opportuno.
"Amplius lava me ab iniquitate mea
et a peccato meo munda me.
Quoniam iniquitatem meam ego cognosco,
et peccatum meum contra me est semper." (Sl. 51,4-5)
Ogni vero dono mistico, che è per ogni battezzato, per essere autentico, necessita di umiltà, pudore e di estrema concretezza.
Il mistico è, per natura stessa, legatissimo alla concretezza quotidiana.
Altrimenti è alienazione e non vita mistica.
Il mistico ha un amore radicale per la Chiesa, il santo Padre, la gerarchia e la propria comunità, altrimenti è intossicato e non misticamente attratto da Dio.
È dono che apre al dono di sé e ad uscire fuori da sé.
Anzi proprio il realismo mistico accende in noi il peso autentico da mettere sulla bilancia della nostra vita. Su un piatto sono presenti tutte le gioie e i dolori. Le miserie, le povertà, i drammi, le manchevolezze, le accidie, i successi e i fallimenti, i nostri interi passi esteriori ed interiori, tutte le miserie e le povertà dentro e fuori di noi, per appartenenza viscerale e, ed è questo il punto, dall'altra parte, il vero peso che controbilancia, è presente la Patria Beata, il Cielo, l'Eternità, Dio, la Vergine, gli angeli e i nostri amici, i santi.
Su questo altro piatto è presente la vita vera e compiuta che sgorga da Dio, uno e trino.
Questo è in definitiva l'effetto del dono delle lacrime: un radicale attaccamento all'uomo, al suo sguardo, al suo sentire e alle sue pene e dall'altra lo slancio non spegnibile ed insopprimibile verso il Cielo. Uno slancio inarrestabile che trascina a sé ogni cosa.
Qui siamo nati e qui siamo diretti.
Dio, e solo Lui, e ogni sorella e fratello, in Lui. Nel gaudio del Cielo è presente ogni affetto più autentico.
Per questo occorre anche discernimento. Un sistematico discernimento.
La confessione sacramentale è il primo passo e il motivo portante, ma la direzione spirituale, piuttosto, va cercata e perseguita; fatta con chi realmente ci provoca concretamente e non è accomodante e necessariamente accogliente, come è giusto che invece sia il sacerdote nella confessione sacramentale.
Come Davide che nel miserere, illuminato, afferma:
"Uno spirito contrito *
è sacrificio a Dio,
un cuore affranto e umiliato, *
tu, o Dio, non disprezzi."
Davide che è considerato dalla Bibbia l'uomo di Dio.
Ma come, tu mi dici... un adultero e omicida, doppio e menzognero, opportunista e manovratore un uomo di Dio?
Sì.
Perché dopo che Natan, il suo profeta e direttore spirituale gli dice, "Attah a Iysh", "Tu sei quell'uomo!" (2Sam. 12,7)
egli senza difendersi, come avremmo fatto noi, ciascuno di noi, dice: "ho peccato contro il Signore!".
Egli, nelle lacrime, fa un atto di contrizione perfetto che lo porta a cambiare vita.
Si dirà che è raro trovare direttori spirituali, ed è vero.
Ma il mondo non ha bisogno soltanto di padri ma soprattuto di figli, di discepoli.
Perché è pur vero che quando il discepolo è pronto il maestro sempre arriva.
Dio stesso ha cura di trovare una guida per chi la cerca con cuore mite e sincero, sciolto dalle lacrime dello stupore.
Infatti, pensi che sia più grande il tuo desiderio di trovare Dio oppure che quello che Dio ha di trovare te?
In questo desiderio si innesta il dono delle lacrime,
Dio ti precede...
è Dio che piange e ti cerca incessantemente come il più tenero e rispettoso degli amanti:
"Ecco lo sposo! Andiamo incontro a Cristo Signore!"
Paul Freeman
Non son venuto per abolire, ma per dare compimento. - La Loi enracinée dans nos cœurs .
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Dal Vangelo della VI domenica del TO - Matteo 5,17-37 - " Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli."
La Loi enracinée dans nos cœurs
Ci sono dei precetti naturali della Legge che già conferiscono la giustizia; anche prima che la Legge fosse stata data a Mosè, degli uomini osservavano questi precetti, e sono stati giustificati dalla loro fede e sono stati graditi a Dio. Questo è confermato dalle parole: «Fu detto agli antichi: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». E ancora: «Fu detto: Non uccidere. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio» (Mt 5,21)... e così via. Tutti questi precetti non implicano né la contraddizione, né l'abolizione dei precetti precedenti, ma il loro compimento e la loro estensione. Come ha detto il Signore stesso: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli» (Mt 5,20). <span> In cosa consiste questo superare? Prima nel credere non più soltanto nel Padre, ma anche nel Figlio suo, ormai manifestato. Lui infatti conduce l'uomo all'unione con Dio. Poi, nel fare, invece che dire senza fare – perché loro «dicono e non fanno» (Mt 23,3) –, e nell'evitare non soltanto le opere cattive, ma anche il desiderarle. Insegnando questo, non contraddiceva la Legge bensì compiva la Legge e radicava dentro di noi le prescrizioni della Legge... Prescrivere di astenersi non solo dagli atti vietati dalla Legge, ma persino dal loro desiderio, non indica un atteggiamento che contraddice e abolisce la Legge; ma che la compie e la estende. </span>
(Sant'Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contre le eresie IV,13,3 ; SC 100, 525)
L'Opera dello Spirito Santo, che ci è stata donata nel Battesimo, e che non va contristata, è proprio quella di "coniugare" la legge di Dio con il nostro intimo. Così che ogni nostra scelta quotidiana, piccola o grande, è mossa dallo stesso Spirito che l'ha ispirata. L'adesione dunque non è formale ma esistenziale. Un lavorio continuo tra la grazia donata e la disciplina che l'uomo - per amore - vive per rispondere adeguatamente ai doni dello Spirito.
La grazia del sacramento della riconciliazione e dell'Eucarestia serve a restaurare questo connubio qualora cessasse a causa del peccato. Peccato fatto di opere contro Dio, omissioni, pensieri disordinati, avarizie, gelosia, invidie, mormorazioni, impurità, ideologie, mondanità, dissipazioni.
La grazia, dunque, pur operando personalmente non viene mai donata al di fuori della Chiesa.
Apri il cuore e dona la tua carne .
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Dal Vangelo del Giorno... chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione di questa folla, perché gia da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano» -
Quale pastore ha mai nutrito le sue pecore col proprio corpo? Anzi ! Sovente le stesse madri mettono a bàlia i figli appena nati. Gesù invece non può accettare questo per le sue pecore; egli ci nutre con il proprio sangue, e così ci fa diventare con lui un solo corpo. (San Giovanni Crisostomo)
Così Egli, che è la premura fatta carne, ci esorta, ci spiega e ci spinge ad allargare il cuore e a farci carico della "famiglia Chiesa", oltre i piccoli interessi personali e familiari.
La Parrocchia, la Diocesi, la Chiesa universale e il chiostro del mondo diventano i luoghi effettivi dove donarci per essere anche noi "mangiati". Non è bene attendere di essere serviti come "pecore viziate" e mal abituate, occorre avere il cuore di Cristo che si fa mangiare, il cuore concreto di Maria che osserva che "non hanno più vino". Occorre dire con slancio con Francesco: "Signore che cosa vuoi che io faccia?"
Il nostro cuore, fatto per amare in maniera casta, cioè piena, attenta ed universale, ha bisogno di ampi respiri.
Di amare non solo i vicini, la propria famiglia, non solo tutti ma ciascuno e di farlo in maniera storica e concreta, affinché non impazzisca nelle zone oscure dell'invidia, della gelosia, della superficialità e del pressapochismo affettivo.
Gesù confermaci nello slancio del cuore.
L'uomo è ferito .
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«Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Dal Vangelo del giorno Mc 7,14-23
Gesù ricordando che ciò che esce dal cuore dell'uomo contamina l'uomo compie un'azzeramento di ogni forma di ideologia buonista che inganna l'uomo. L'uomo è ferito e può compiere il male, pensare il male, avvolgersi nel male, impostare la sua vita su strutture di male. Non solo con gesti estremi ma anche - e soprattutto -con scelte feriali, piccole e quotidiane. Egli da sé si costruisce il proprio habitus su cui rimane "invischiato". Prigioniero di sé e delle sue parti ferite. Ingannandosi è poi incapace di riconoscere il male in sé e chiedere realmente aiuto ma vive in uno stato di lamentela continua che non gli fa mai fare un salto reale di conversione, di maturazione, di crescita.
A poco serve un titolo nozionistico di "cultura", anzi a volte la nozione non accompagnata da questa umiltà sostanziale rende ancora più impermeabili e incapaci di conversione. La vera "cultura" sta altrove e cioè nel prendere sul serio le parole del Maestro - e della Sua Chiesa - e farsi discepoli e bambini bisognosi di ri-nascere di nuovo alla luce del Suo Perdono e della Sua Grazia.
"Dalle Sue piaghe" - infatti - "siamo stati guariti".
La molteplicità ideologica del cuore dell'uomo .
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"E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare." MC. 5, 13 - L'impurità nella Bibbia non è legata necessariamente alla sfera fisica ma piuttosto a quello stato di appartenenza o meno a Dio, a quello stato di empietà spesso frequente nella molteplicità dei pensieri e degli atteggiamenti della nostra vita quotidiana. Cioè al vivere, pensare, decidere, come se Dio non ci fosse o, peggio, costruendoci un rapporto fai-da-te con Cristo e con la sua Chiesa.
"Usiamo" Dio per i nostri tornaconti come Giuda e come Lui siamo ladri. Il termine empio, infatti, in ebraico rawshà, signifca letteralmente criminale, cioè colui che non adempie la legge. Quella legge scritta nel cuore che supera una adesione formale ma è, piuttosto, appartenenza sponsale con Dio.
Nell'impurità, Dio non fonda, nel pensiero e nei fatti, il nostro vivere, respirare, camminare ma viene "piegato" come "cosa" aggiuntiva, al nostro vivere. Pertanto, mentre questa situazione manifesta l'umiltà di Dio e il suo farsi servo, rivela, soprattuto, tutta la nostra ingratitudine. Noi, pur non essendo indemoniati, siamo spesso peggio di quell'uomo posseduto da una legione di demoni perché permettiamo alla moltitudine dei nostri fantasmi, vizi, paure e ideologie, gelosie, invidie, maldicenze, ire, di prendere il sopravvento. Non permettiamo a Cristo di regnare con tutta la Sua dolce Signoria. Non siamo grandi peccatori ma "bestemmiatori" feriali, accidiosi cronici, talmente strutturati nella pigrizia del cuore da essere quasi ciechi.
Basterebbero duemila porci per esprimere tutta la complessità, non sempre bella e creativa, per manifestare il nostro cuore contorto carico di impurità e di empietà, di omicidio e di rapina?