P. Pietro Messa, ofm
IL MONDO CI INTERPELLA
Il nostro tempo non è indifferente nei confronti della scelta cristiana. Molto meno lo è verso una vocazione specifica come quella della secolare consacrata.
Gli uomini del nostro tempo, ricchi di tante speranze umane, provocano, interpellano il credente, proprio perché lo considerano portatore di una speranza che non è soltanto umana; essi chiedono ragione della speranza che è in noi (1Pt.) e vogliono sapere quale rapporto c’è tra le loro speranze umane e la speranza cristiana; anzi, di più, desiderano vederci coinvolti nell’impegno di realizzazione delle loro speranze.
La Chiesa, adunata nel Concilio Vaticano II, è stata sensibile a questa richiesta e si è impegnata in un generoso ed illuminato tentativo di risposta: tutta la Gaudium et spes – in fondo – non è altro che la risposta della Chiesa alle attese del mondo di oggi.
LE SPERANZE DEL NOSTRO TEMPO
Tutte le richieste del nostro tempo sono dominate ed espresse in termini di speranza. L’atteggiamento della speranza è forse il più tipico della psicologia dell’uomo contemporaneo. L’uomo di oggi non è nostalgico, rivolto verso il passato, ma è un uomo tutto proteso verso il futuro.
E verso il futuro non ci va da sfiduciato, con le mani vuote, ma ricco di tante speranze umane nate sul terreno del suo stesso successo.
Quali speranze?
Senza voler tentare un’analisi approfondita, si può dire che tre siano le sue speranze fondamentali.
La prima è la speranza scientifica ( Gaudium et spes,5): essa è in fondo la certezza che il mondo può essere dominato e posto al servizio dell’uomo.
E’ tale speranza che elimina progressivamente dalla vita il senso della fatalità e della paura e stimola l’uomo ad essere protagonista nel farsi della storia. Ogni conquista scientifica infatti è vista come un passo verso la umanizzazione del mondo, cioè verso un tempo in cui l’uomo sarà un vero signore delle cose e delle forze fisiche, biologiche e chimiche.
E’ questa speranza che fa pensare ( o sognare? ) ad un futuro in cui l’uomo sarà liberato dal dolore, dalla .
fatica, dalla sudditanza a leggi fisiche o biologiche ritenute ancora assolute.
La seconda è la speranza della liberazione (Gaudium et spes, 9): parzialmente connessa con quella scientifica, essa esprime su scala più umana il desiderio, oggi universalmente diffuso, di una vita vissuta in pienezza di libertà, senza abdicazioni e senza oppressioni politiche e psicologiche.
E’ la speranza di chi per lungo tempo è vissuto sotto ingiuste strutture politiche o sociali ( regimi totalitari ), di chi si è visto defraudato dei valori propri ed indigeni o perché sopraffatto ( colonialismo ) o perché costretto a vedersi sfruttato attraverso determinati meccanismi aziendali ( capitalismo ).
In fondo a questa speranza, espressa talvolta con moto impaziente, c’è una nobile carica umana, c’è la volontà ed il desiderio di voler vivere non tanto da servi ma da collaboratori a parità di diritti e di doveri.
La terza è la speranza della giustizia (Gaudium et spes,26): in essa si esprime in termini più concreti la speranza della liberazione. Al suo fondo c’è l’insoddisfazione e un giudizio severamente critico nei confronti delle attuali strutture civili, politiche e sociali, ma c’è soprattutto il desiderio, non facilmente contenibile, di una società più umana.
La Gaudium et spes, ha accolto questo desiderio: “ Gli uomini del nostro tempo ragionano con coscienza sempre più sensibile di fronte alle ingiuste disparità, poiché essi sono profondamente convinti che le più ampie possibilità tecniche ed economiche, proprie del nostro mondo contemporaneo, potrebbero e dovrebbero correggere questo funesto stato di cose. Conseguentemente si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale e in tutti un mutamento nella mentalità e nelle abitudini di vita” (63).
Un desiderio questo, che pervade tutto il mondo dei poveri: si vogliono rapporti umani nuovi e ciò lo si pensa possibile quando “nell’ordinare le cose ci si adegua all’ordine delle persone e non il contrario”, quando dell’ordine non si ha una visione statica, ma la si concepisce “un ordine da sviluppare sempre più, da fondare sulla verità, da realizzare nella giustizia” (Gaudium et spes,26).
UN CONFRONTO INEVITABILE
A questi nostri fratelli, impegnati nella trasformazione del mondo, noi che abbiamo fede nel “Dio della speranza” (Rom. 15,13) che cosa possiamo dire, che contributo possiamo dare?
Perché è naturale che tra la speranza cristiana e le speranze umane del nostro tempo ci sia un confronto. A meno che non si riduca la speranza cristiana a una evasione o una attesa passiva di un futuro che ci verrà donato, essa di per sé esige l’incontro con le attese storiche, vuole l’impatto con la storia degli uomini.
Difatti la speranza cristiana, che è insieme certezza ed aspettativa, non è un salto fuori del mondo o un’attesa puramente passiva: essa non fa di questo una specie di sala di attesa, ma spinge ad anticipare il futuro, cioè la pienezza del Regno (Gaudium et spes,7).
I credenti si mostrano figli della promessa, se, forti nella fede e nella speranza, mettono a profitto il tempo presente (cfr. Ef. 5,16; Col. 4,5) e con la pazienza aspettano la gloria futura (cfr. Rom. 8,25).
E questa speranza non la nascondono nell’interno del loro animo, ma con una continua conversione e lotta “ contro i dominatori di questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni (Ef. 6,12) la esprimono anche attraverso le strutture della vita secolare” (Lumen gentium, 35).
La speranza cristiana non vive insomma sulle ceneri delle speranze umane, non si augura l’insuccesso di esse, non desidera di essere motivo puramente consolatorio di gente delusa: essa invece cerca l’innesto e la crescita dentro e con le giuste attese umane.
L’IMPEGNO MORALE COME MOTIVO DI CREDIBILITA’
Alle attese del nostro tempo noi siamo chiamati a rispondere rendendo credibile la nostra speranza cristiana.
Come? Con un più maturo impegno morale, inteso come decisione di vita per i valori. Questo sarà il banco di prova della nostra stessa fede.
In concreto noi dovremo mostrare che il nostro vivere morale non è un’evasione dalla realtà, ma bensì un impegno al servizio delle speranze umane proprio perché esse non si vanifichino in tensioni sterili o in gravi delusioni.
Così pure dovremo mostrare che l’impegno morale non è un fatto essenzialmente individualistico o privato, che si disinteressa di ciò che è pubblico o delle strutture concrete, ma che esso si fa autentico nella dimensione comunitaria e politica.
Noi non dobbiamo ridurre la fede a teologia politica, ma non possiamo dimenticare, che la fede esige anche una dimensione pubblica e politica. Ognuno sa come e quanto la nostra Chiesa italiana abbia certamente pagato il disinteresse e il disimpegno nelle cose sociali e culturali.
Il nostro deve essere un impegno di speranza nella linea del mistero dell’Incarnazione, senza falsi intimismi e senza paure da “anime belle”, nello stile del buon Samaritano: che non pronuncia condanne sugli altri, ma si lascia coinvolgere nella penosa situazione umana che incarna.
Più precisamente:
Noi dovremo mostrare in concreto che le speranze degli uomini di oggi sono le nostre speranze, perché in ciascuna di esse è in qualche modo in gioco la nostra speranza cristiana.
“ La Chiesa cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta insieme al mondo la medesima sorte terrena” (Gaudium et spes,40).
“Le gioie e le speranze… dei poveri soprattutto sono le gioie e le speranze dei discepoli di Cristo” (Gaudium et spes,1).
Le speranze umane non sono quindi un extraterritorio, no, sono la storia che Cristo ha fatto sua e, come lui l’ha associata, così il suo discepolo l’assume e la fa propria.
Ma l’accettazione non è un’accettazione acritica e immobilistica.
La speranza cristiana spinge difatti al confronto tra ciò che spera (il Regno) e ciò che sperimenta (la storia). Per questo il nostro impegno morale, piuttosto che una conversione all’efficientismo e alla mondanità che rendono ambigue le speranze umane, è una contestazione critica che mira a garantire il successo.
E’ per questo che, come ha scritto Metz, “ la speranza escatologica deve essere creatrice e critica. L’avvenire che la Chiesa spera non è ancora arrivato, ma deve sorgere, deve nascere…
La speranza militante del cristiano non è semplicemente un ottimismo, essa non canonizza il progresso autonomo dell’uomo. La sua speranza è piuttosto una speranza fondata sugli ideali della società secolare fabbricata dall’uomo”.
La scelta dei consigli evangelici che caratterizza la vita della secolare consacrata, collocata all’interno delle speranze umane di oggi, appare ricca di forza di contestazione e quindi “sale” evangelico perché esse non si corrompano.
Questa presenza critica vissuta nell’impegno morale non è quindi un meno di speranza, ma è invito a un più di speranza, proprio perché la speranza cristiana ha già un parametro e una garanzia nel Cristo risorto. In lui il futuro è già presente come forza stimolante alla libertà, alla giustizia, perché lui ci da garanzia che le forze del male distruggitrici della speranza sono già vinte.
Per lui la speranza in lui appare come la garanzia più vera di ogni speranza umana. Con lui possiamo vivere senza reticenza la nostra speranza dentro tutte le speranze, con un impegno che miri a riportarle alla fonte che è l’amore di Dio e dei fratelli.
Questo sforzo di animazione e di purificazione all’interno delle speranze umane potrà talvolta apparire come mistificatorio ed eversivo, ma per chi dentro di esse vede e vuole la crescita del Regno, esso apparirà come salvezza da troppo facili illusioni.
“Ciascuno esamini se stesso per vedere quello che finora ha fatto e quello che deve fare. Non basta ricordare i principii, affermare le intenzioni, sottolineare le stridenti ingiustizie e proferire denunce profetiche: queste parole non avranno peso reale se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e da una azione effettiva. E’ troppo facile scaricare sugli altri la responsabilità delle ingiustizie, se non si è convinti allo stesso tempo che ciascuno vi partecipa e che è necessaria innanzi tutto la conversione personale. Questa umiltà di fondo toglierà all’azione ogni durezza e ogni settarismo ed eviterà altresì lo scoraggiamento di fronte ad un compito che appare smisurato” (Octogesima adveniens, 46).
L’impegno morale che oggi si richiede è quindi un impegno d’amore inteso come dedizione piena alla giustizia, alla libertà, per gli altri.
“la salvezza cristiana che noi speriamo non è soltanto salvezza individuale della propria anima… non è la semplice consolazione di una coscienza personale messa in contestazione. Essa è anche la costruzione di un ordine escatologico di giustizia, è l’umanizzazione dell’uomo, la costruzione della pace. Questo aspetto della nostra riconciliazione con Dio non è stata messa al giusto posto nella storia del cristianesimo…
I cristiani hanno perduto di vista il loro vero orizzonte escatologico e hanno abbandonato ai fanatici e agli entusiasti le loro speranze terrene” (cfr. Moltmann, Teologia della speranza, Brescia 1971).
Le Missionarie del Canada hanno scritto nella ultima circolare internazionale cose estremamente importanti in proposito. Del loro scritto, che vi prego di tornare a rileggere, trascrivo solo questo brano, secco ed incisivo:
“ I nostri gruppi non sono ritrovi di buone persone, raggomitolate nel caldo della loro spiritualità, per vivere una vita tranquilla… Una vera missionaria è una cristiana abitata dallo Spirito Santo e che corre l’avventura apostolica al seguito di Cristo e di S. Francesco.
La nota più caratteristica dell’impegno francescano è un senso acuto dell’uomo. Gli impegni duri che noi, discepole di S. Francesco, dobbiamo saper prendere si collocano a livello sociale, economico, politico e religioso.
L’impegno esige sempre un certo coraggio… il mondo non è un luogo di riposo… Come missionarie noi dobbiamo diffondere nel mondo la buona novella del sorprendente messaggio che Dio ci ama e salva il mondo, che Egli farà delle grandi cose nella povertà dei suoi servitori. Credere in Dio significa credere nella salvezza del mondo: amare Dio è amare il mondo”.
L’impegno morale sarà quindi essere al fianco di chi soffre, di chi non ha voce, di chi non è ascoltato e non conta: da parte delle Missionarie della Regalità si dovrà esprimere in una scelta preferenziale dei più poveri, scelta per altro congeniale allo spirito di S. Francesco.
Ma essere al fianco non vuol dire ricostruire il mondo… in teoria, intorno ad un tavolo ben preparato o sdraiate su soffici poltrone. Non vuol dire correggere le ingiustizie della società mentre si fa una cena di lavoro… tutto questo non cambia nulla.
“Ieri l’ascesi consigliava il digiuno, la privazione del sonno e del mangiare… oggi essa ci impone di studiare, di uscire di casa qualche sera per settimana per assistere alle riunioni di un sindacato…, ci spinge a partecipare a diversi raggruppamenti professionali, educativi, economici e religiosi… Sono tutte le strutture che debbono essere impregnate di spirito evangelico e liberate da tutte le alienazioni perché la città terrena sia atta a condurre gli uomini alla città di Dio.
Il peggior peccato, di cui non ci si accusa mai, è il peccato di omissione: non impegnarsi, e rifiutare di amare gli altri e di portare i pesi degli altri”.
Un impegno morale del genere esige indubbiamente una conversione costante dalle nostre pigrizie e dal nostro facile imborghesimento.
Esso postula una conversione agli altri che è poi il modo concreto di convertirsi al Regno. L’impegno morale del cristiano di oggi, ha scritto Paolo VI nella lettera al card. Roy, deve aprirsi all’impegno politico, come forma concreta e moderna di vita di carità” (cfr. Octogesima adveniens, 46, 48).
Allora noi renderemo credibile la speranza cristiana: e lo faremo perché salviamo, portando a maturazione, le stesse speranze umane degli uomini del nostro tempo.