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Papa RoacoQuesta mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla 99Assemblea Plenaria della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali” (ROACO).

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Eminenza, Eccellenze,
cari sacerdoti, fratelli e sorelle
,

a tutti voi il più cordiale benvenuto! Sono lieto di incontrarvi al termine della vostra Assemblea plenaria annuale; saluto il Prefetto, Cardinale Gugerotti, gli altri Superiori e gli Officiali del Dicastero per le Chiese Orientali e in particolare voi, membri delle Agenzie della ROACO.

Oltre al lavoro sui progetti di aiuto alle Chiese Orientali Cattoliche, che costituisce il motivo principale del vostro ritrovo, so che questa volta avete concentrato le vostre riflessioni su un argomento specifico: la formazione dei chierici e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali.

Credo sia stata una scelta molto opportuna. Soccorrere una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza evangelizzatrice, che poggiano sulla formazione dei ministri, chiamati a diffonderne le ricchezze spirituali. E le comunità cattoliche orientali ne custodiscono molte, condividendole con i fratelli e le sorelle delle Chiese Ortodosse. Sì, le Chiese Orientali Cattoliche hanno un grande dono da arrecare all’intera compagine cattolica, spesso ignara di abbracciare al suo interno tradizioni ecclesiali diverse.

La nostra Madre Chiesa è dunque unita, ma non uniforme; il suo grembo fecondo ha dato alla luce varie tradizioni spirituali e teologiche, riti e discipline diversi, che si arricchiscono a vicenda. Ci fa bene approfondire tali tesori con i milioni di fratelli e sorelle orientali cattolici, mentre auspichiamo passi in avanti verso la piena unità con tutte le Chiese Orientali. Tutte le antiche Chiese d’Oriente ci riportano infatti alle origini della fede, fanno risplendere la luce della grazia attraverso liturgie dense di sacralità, manifestano nel culto di lode il mistero di Dio da adorare, testimoniano la potenza della preghiera d’intercessione, offrono contenuti spirituali che riempiono il cuore di meraviglia e grato stupore per la bellezza che svelano. Inducono inoltre i fedeli a dar voce alla propria orazione secondo le caratteristiche teologiche e antropologiche a ciascuna più confacenti, tanto che il Concilio Vaticano II ha osservato, a proposito dell’Oriente e dell’Occidente cristiano: «Non fa quindi meraviglia che alcuni aspetti del mistero rivelato siano talvolta percepiti in modo più adatto e posti in miglior luce dall’uno che non dall’altro, cosicché si può dire che quelle varie formule teologiche non di rado si completino, piuttosto che opporsi» (Unitatis redintegratio, 17).

Ebbene, l’Oriente cristiano lo si custodisce solo se lo si conosce: perderne la conoscenza significa impoverire la Chiesa. Ma per apprenderlo e amarlo bisogna investire sulla formazione. Già più di trent’anni fa San Giovanni Paolo II ne indicò l’opportunità, ribadendo con forza, tra l’altro, la necessità di «conoscere la liturgia delle Chiese d'Oriente; approfondire la conoscenza delle tradizioni spirituali dei Padri e dei Dottori dell'Oriente cristiano; […] offrire nei seminari e nelle facoltà teologiche un insegnamento adeguato su tali materie, soprattutto per i futuri sacerdoti» (Lett. ap. Orientale lumen, 24).

Per questo la scelta di aiutare a promuovere la formazione dei ministri sacri, mettendovi in ascolto di alcuni specialisti che vi si dedicano, come avete fatto in questi giorni, è un bel segno di concreta attenzione a queste Chiese.

Questo legame tra conoscenza e carità, tra menti aperte e mani operose, necessita però anche di spirito: di un cuore non solo generoso, ma pure abitato dalla grazia, infiammato dallo Spirito Santo. Perciò, per il buon esito del vostro adoperarvi con grande impegno e dedizione, mi permetto di raccomandarvi di coltivare sempre la vita spirituale, soprattutto attraverso la costanza nella preghiera e nella vita sacramentale. Le opere di bene, infatti, non portano frutto duraturo se non si alimentano alla sorgente del bene, la sorgente che è Dio. E se è anzitutto vero che «la fede senza le opere è morta», come leggiamo nella Lettera di Giacomo (2,26), è vero pure che le opere, senza una fede viva, sono sterili.

Carissimi, guardandovi e pensando al servizio silenzioso e benefico che svolgete, e ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano risorse a chi ha bisogno, non posso non pensare a quanto denaro, in questo oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che fomentano le guerre. Mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente.

Come non pensare alla dolorosa emorragia dei cristiani orientali dai loro territori propri, causata anzitutto dalla guerra che, lo ribadisco, non risolve problemi, ma crea tragedie, tragedie spesso lasciate cadere nell’oblio generale. Figlia della guerra, c’è una piaga di cui vorrei parlare oggi e che continua a dissanguare soprattutto le Chiese Orientali. La definisco con una parola: precarietà.

Quando un visitatore si reca in un Paese che ha conosciuto conflitti sui quali è poi calato il silenzio, le cose possono sembrare generalmente tranquille, anche se fortemente segnate dai drammi del passato. Eppure quelle società sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e interessi di parte. E così si ingenera una perenne precarietà, che soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei poveri.

Questo fa sì che in molti Paesi la paura e l’insicurezza dominino ovunque: il lavoro appare precario, il pagamento dei salari discontinuo, la sanità, quando funziona, va a singhiozzo, l’istruzione è provvisoria. E ciò a discapito della gente comune, delle famiglie, dei bambini e dei giovani, degli anziani e degli ammalati. Diventa un dramma che pesa sui cuori di tutti, divora la speranza e impedisce la costruzione del futuro, favorendo la compulsione ad andarsene, come accade per tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, specialmente in Medio Oriente.

Vorrei rivolgere ancora una volta un appello a riflettere sulle conseguenze della guerra e della precarietà, e a prevenirle con intelligenza e responsabilità, perché tutto ciò non è frutto di un destino inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente imputabili. La storia dimostra come le trame della violenza e della prepotenza, del potere e del dominio, dei guadagni conseguiti senza giustizia e senza scrupoli, si ritorcono non solo contro chi le subisce, ma anche contro chi le persegue. Preghiamo Gesù, Signore della pace, e sollecitiamo le coscienze perché siano sensibili allo sdegno; e si ridestino il rispetto per l’umanità e un doveroso senso di civiltà!

A voi e a tanti donatori che, in nome del Vangelo, continuano a impegnarsi a porre rimedio a tanta disumanità, dico grazie dal profondo del cuore. Vi benedico, cari fratelli e sorelle, e vi incoraggio a perseverare nella carità senza scoraggiarvi, animati dalla speranza di Cristo. Grazie!

© Bollettino Santa Sede - 18 giugno 2026